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Che cos’è il glaucoma? Può comportare davvero la perdita della vista? (Maria Claudia C. – Rovigo)
Risponde Simona Prandoni, specialista in Oftalmologia e Microchirurgia oculare
Il glaucoma è una malattia che colpisce il nervo ottico (il fascio di fibre nervose che trasmette gli impulsi elettrici, derivati dagli stimoli visivi, al cervello) ed è causata da un’alterzione della pressione all’interno del’occhio. Risultati: compressione o schiacciamento del nervo ottico con danno e morte delle fibre nervose. Il campo visivo tende progressivamente a restringersi fino a scomparire del tutto.
Quando si rischia di più
Il disturbo può colpire chiunque, specie dopo i 40 anni, ma in rari casi, può essere già presente alla nascita. Quasi sempre colpisce ambedue gli occhi.
Ecco i fattori di rischio.
• Età avanzata
• Traumi oculari
• Predisposizione ereditaria
(alcune forme di glaucoma sono più frequenti tra consanguinei)
• Diabete
• Ipertensione sistemica
• Prolungata terapia con farmaci cortisonici
• Miopia
I tipi principali
Può essere primario, se causato da alterazioni delle zone attraverso le quali l’umore acqueo esce dall’occhio (sistema trabecolare) o secondario, quando, invece, è dovuto a fattori oculari o generali non inerenti il sistema di deflusso di quest’ultimo. Esistono decine e decine di forme cliniche di glaucoma. Le più frequenti sono il glaucoma cronico ad angolo aperto e il glaucoma ad angolo stretto o chiuso. Il primo è il più frequente: l’umore acqueo raggiunge senza ostacoli l’angolo formato da iride e cornea all’interno dell’occhio, ma non viene filtrato dal sistema trabecolare di deflusso, strutturalmente alterato. La pressione quindi aumenta, con un danno progressivo al nervo ottico. Il glaucoma ad angolo stretto o chiuso si riscontra soprattutto negli anziani e nei pazienti ipermetropi, specie di sesso femminile. L’accesso dell’umore acqueo al sistema trabecolare di deflusso è ostacolato dal fatto che l’angolo formato da iride e cornea ha un’ampiezza ridotta rispetto al normale. In determinate condizioni (lettura protratta, emozioni improvvise, permanenza al buio, uso di farmaci locali
o generali che dilatano la pupilla) può scatenare un attacco acuto di glaucoma, che può compromettere, in modo non reversibile, la funzione visiva. Sintomi: violento dolore in regione orbitaria spesso associato a nausea e notevole abbassamento della vista.
La diagnosi
Il glaucoma è una malattia subdola poiché, nella gran parte dei casi, il paziente non avverte sintomi. Il solo modo di prevenire la perdita della vista è la diagnosi precoce. È quindi molto importante sottoporsi a visite periodiche di controllo a scopo preventivo (soprattutto dopo i 40 anni). Una normale visita oculistica, che comprenda almeno la misura della pressione oculare (tonometria), può già dare delle importanti indicazioni
sulla presenza o meno di un aumento della pressione oculare. Se si sospetta un glaucoma, è necessario eseguire alcuni semplici esami:
• misura della pressione oculare (tono oculare)
• misura della pressione oculare ripetuta varie volte
nella stessa giornata (curva tonometrica giornaliera)
• esame computerizzato del campo visivo, che informa
in modo dettagliato sullo stato della funzione visiva globale del paziente
• gonioscopia: osservazione dell’angolo camerulare, cioè delle strutture addette al deflusso dell’umor acqueo.
• osservazione della papilla ottica nel fondo dell’occhio.
Le cure
Inizialmente il glaucoma viene trattato con colliri che, abbassando la quantità globale di umore acqueo all’interno dell’occhio, riducono la pressione. Se le gocce non bastano, è possibile ricorrere a farmaci specifici per via orale (inibitori dell’antidrasi carbonica), da assumere con regolarità e dosaggi stabiliti dal medico. Quando la terapia medica non è più sufficiente, si punta sul laser, che modifica il sistema oculare di deflusso per ottenere che l’umore acqueo esca dall’occhio più facilmente. È un trattamento ambulatoriale, indolore, che può dare risultati variabili ed ha un’efficacia limitata nel tempo. Nel glaucoma ad angolo stretto, è quasi sempre risolutivo nell’eliminare il rischio di attacco acuto di glaucoma nelle persone predisposte. Nelle forme croniche ad angolo aperto si può ottenere, invece, una riduzione più o meno rilevante della pressione oculare nel 70-80% dei casi. Infine, nei casi più gravi, non resta che l'intervento chirurgico, che ha lo scopo di aprire un passaggio nelle pareti dell’occhio, per consentire l’uscita dall’occhio dell’umore acqueo in eccesso. E ridurre in modo soddisfacente la pressione oculare neicasi che non rispondono alle altre terapie.
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Sono in menopausa, ma non posso sottopormi alla terapia ormonale sostitutiva. È vero che la soia contribisce ad alleviare i sintomi? (Caterina S. – Roma)
Risponde Elisabetta Macorsini, biologa e nutrizionista
Originaria della Cina, la soia è una pianta erbacea annuale, della famiglia delle leguminose. Presente in Europa fin dal XVIII secolo, fu poi importata in America, ai primi dell’800, dove iniziò ad essere coltivata su vasta scala. Oggi le principali coltivazioni di soia sono negli Stati Uniti e in Brasile. Le sue proprietà: grazie alla lecitina, abbassa il livello di colesterolo del sangue, previene il rischio di arteriosclerosi e infarto al miocardio. Inoltre, per il suo contenuto di colina, ha un effetto ricostituente sul sistema nervoso centrale e per quello di fitoestrogeni, è consigliata in donne con lievi disturbi della menopausa.
Alleata in menopausa
I fitoestrogeni sono sostanze vegetali, così chiamate perché simili agli estrogeni umani, ma con attività biologica 1.000 volte più lieve. Tuttavia, se introdotti in adeguate quantità, possono esercitare un interessante ruolo nella riduzione dei sintomi legati alla menopausa, riducendo le vampate.
Secondo alcuni studi, l’integrazione dietetica con farina di soia (in quantità equivalente a 45 mg di proteine di soia al dì) le ha, infatti, attenuate del 25-40% in donne che ne avevano almeno più di 14 a settimana. L'effetto si manifestava già nelle prime 6 settimane di cura e persisteva nel tempo continuando l’assunzione. La soia è un prezioso alleato anche nella prevenzione dell’osteoporosi che dipende, com’è noto, da diversi fattori: sesso femminile, squilibri ormonali, carenza di vitamina D, scarso movimento fisico e invecchiamento. Dopo la menopausa, l’introduzione con la dieta di 45 grammi di soia al giorno, ha aumentato il contenuto minerale osseo delle donne trattate in modo significativo rispetto a quelle non trattate.
Più soia nel piatto
Tra le principali fonti di questa sostanza, spicca il latte di soia, che ha il vantaggio di essere ben assimilato anche da chi non tollera il latte vaccino. Ricco in ferro, vitamine del gruppo B e lecitina, contribuisce ad abbassare i livelli eccessivi di colesterolo e trigliceridi nel sangue. Può essere consumato freddo o tiepido, con i fiocchi o per preparare frullati, besciamelle, gelati, budini creme e salse. Dal latte di soia si ottiene il tofu: il suo sapore delicato lo rende perfetto in abbinamento ad altri alimenti più saporiti. Dalla fermentazione dei semi di soia con frumento tostato, acqua, malto, sale e lievito si ottiene, poi, la shoyu molto usata nella cucina giapponese. Può essere usata per insaporire riso, pesce, verdure e zuppe. Senza dimenticare, l’ampia scelta di pane, crackers, crostini, fette biscottate, biscotti e merendine alla soia, oltre che di pasta e pizze surgelate. Con la soia abbinata ai cereali, si ottengono alimenti altamente proteici con fibre alimentari e caratteristiche organolettiche analoghe a quelle dei prodotti tradizionali.
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Ho 32 anni e da sempre mi assilla il problema dei peli in eccesso, con in più l’aggravante dell’acne. Che fare? (Carla P. – Treviso)
Risponde Bruno Ambrosi, specialista in Endocrinologia, Neuroendocrinologia e Medicina Interna
Il disturbo avvertito dalla paziente si chiama irsutismo. Ovvero la crescita abnorme di peli ruvidi, spessi e pigmentati, in zone del viso e del corpo femminile, dove normalmente non dovrebbero esserci. Più serio il fenomeno del virilismo, che associa alla peluria in eccesso altri segni di mascolinizzazione. Il problema può essere dovuto a disfunzioni ormonali o a fattori genetici, razziali o familiari (i soggetti di origine mediterranea, per esempio, presentano un certo grado di irsutismo, invece assente negli orientali e nei neri). Ma, talvolta, non è possibile risalire a una causa precisa. Le pazienti non presentano irregolarità mestruali, hanno livelli di androgeni normali, possono condurre a termine una o più gravidanze e non presentano cisti ovariche o tumori. In questi casi si parla di irsutismo idiopatico e lo si attribuisce a una maggiore attività dei recettori degli ormoni androgeni.
Cause ormonali in prima fila
A causare l’irsutismo è, innanzitutto, l’aumento degli androgeni prodotti dall’ovaio policistico o da una disfunzione congenita del surrene. Può avere un certo peso anche l’assunzione di alcuni farmaci (come fenitoina, minoxidil, corticosteroidi e progestinici). Infine, il medico è autorizzato a sospettare la presenza di un tumore endocrino, in caso di crescita improvvisa e rapida di peli, anche se non accompagnata da segni di virilizzazione. Tra gli effetti collaterali, la formazione di follicoli sebacei e, dunque, la comparsa di pelle lucida e acne. Tutti inestetismi particolarmente frequenti durante la pubertà, ma che possono comparire anche in menopausa.
Esami e diagnosi
Lo studio della secrezione ormonale è abbastanza complesso, data la molteplicità di cause da tenere in considerazione. In condizioni basali si valuta la secrezione di androgeni, ACTH e cortisolo, oltre che quella di LH, FSH, estradiolo e prolattina nella fase follicolare del ciclo mestruale. Se dovessero emergere livelli anormali degli ormoni considerati, la paziente viene sottoposta a diversi test di stimolazione o di inibizione. L’ecografia pelvica o surrenalica può essere di aiuto, mentre di rado si sottopone la paziente a tomografia computerizzata (TAC) o risonanza magnetica nucleare (RM).
Tra farmaci e laser
Per curare i diversi tipi di irsutismo, è necessaria una terapia farmacologica ad hoc. Che, a seconda dei casi, punta a ridurre la sintesi di testosterone o ad aumentare e/o inibire la produzione di androgeni, utilizzandoli a livello dei recettori periferici dei cosiddetti “organi-bersaglio”. Se il disturbo si accompagna a segni di virilizzazione, si può ricorrere alla rimozione chirurgica dell’organo iperproduttore. In parallelo alle cure, servono interventi di tipo estetico, per eliminare i peli in eccesso: dalla depilazione cosmetica ai trattamenti a base di laser.
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Una recente ecografia ha evidenziato alcuni piccoli noduli benigni alla tiroide. Il medico mi ha assicurato che sono frequenti e vanno solo tenuti soto controllo. È vero? (Osvaldo S. – Rozzano)
Risponde Bruno Ambrosi, specialista in: Endocrinologia, Neuroendocrinologia e Medicina Interna
Assolutamente sì. Le malattie della tiroide sono molto diffuse in Italia: basti pensare che quasi il 10% della popolazione generale presenta noduli della tiroide o un’alterata funzionalità della ghiandola. La tiroide può produrre quantità eccessive di ormoni (ipertiroidismo) o troppo scarse (ipotiroidismo). Ma la patologia più frequente (5-6 milioni di persone solo nel nostro Paese) è costituita da rigonfiamenti, che possono essere di una certa consistenza (gozzo, diffuso soprattutto nelle aree prevalentemente montuose, povere di iodio) o rappresentati da noduli (semplici o multipli). Il più delle volte, come nel suo caso, è benigna, ma talora può causare difficoltà a respirare o a deglutire. I tumori maligni della tiroide sono rari e dotati di buona prognosi. Le più colpite, secondo le statistiche, sono le donne. Questo perchè si tratta pelopiù di malattie autoimmuni. Tipicamente femminile è la tiroidite post-partum, che appare nel 5-9% delle donne subito dopo la nascita del bambino.
Piccola, ma essenziale
La tiroide è una ghiandola endocrina, posta nella parte anteriore del collo al di sotto del pomo d’Adamo, in grado di secernere principalmente due ormoni, la triiodotironina e la tiroxina. Che svolgono un ruolo importante in ogni tessuto dell’organismo, intervenendo sia nelle tappe fondamentali dello sviluppo corporeo, sia in tutte le reazioni metaboliche, attraverso l’aumento della sintesi delle proteine e del consumo di ossigeno. Regolano, inoltre, la frequenza cardiaca, il livello di colesterolo, il peso corporeo, la forza muscolare, le condizioni della pelle, la vista, il ritmo delle mestruazioni e lo stato mentale. Questi due ormoni contengono iodio che, provenendo dalla nostra alimentazione, dev’essere presente in quantità sufficiente: la sua carenza provoca, infatti, un malfunzionamento della tiroide e la comparsa del gozzo. A mantenere nella norma il livello di triiodotironina e tiroxina nel sangue contribuiscono sia un corretto apporto di iodio con la dieta, sia un buon funzionamento di altre due ghiandole: ipofisi (posta alla base del cranio dietro la piramide nasale, produce il TSH o Thyroid Stimulating Hormone), e ipotalamo (sopra la precedente, secerne il TRH o Thyrotropin Releasing Hormone).
Esami e terapie
Per accertare la corretta funzionalità tiroidea, lo specialista prescrive il dosaggio nel sangue di TSH, T4, T3, o meglio delle loro frazioni “libere”, free T4, free T3. Nei casi dubbi, si procede con ulteriori accertamenti: ecografia, scintigrafia, radiografia e ago aspirato. La terapia può essere di tipo farmacologico o chirurgico se vi sono sintomi da compressione, quali difficoltà a deglutire o a respirare.
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Da qualche mese ho notato dei capillari sulle gambe, specie in prossimità delle caviglie. Oltre a essere antiestetici, temo che la situazioni peggiori. Mi consiglia la soluzione più efficace? (Giovanna E. – Pordenone)
Risponde Marcello Ruspi, Chirurgo Vascolare e Direttore Sanitario Poliambulatorio Sanpietro
I “capillari”sulle gambe sono dovuti a dilatazioni di vasi di piccolo calibro: da quelli rossi o primitivi, più fini di circa 1 mm, ai blu o secondari (dovuti a una insufficienza venosa o venulare), che formano una sorta di rete di dimensioni maggiori. Oltre a una predisposizione familiare, possono essere attribuiti a squilibri ormonali, gravidanza, esposizione solare o all’utilizzo di contraccettivi orali. La distinzione tra i due tipi di capillari (effettuata con l’esame obiettivo e, nei casi dubbi, un ecocolordoppler venoso)
è assai importante ai fini del trattamento. In caso di capillari secondari, infatti, bisogna trattare la patologia venosa o venulare all’origine e non intervenire direttamente sull’inestetismo, perchè tende a riformarsi.
Sclerosanti o laser?
Due le metodiche per eliminare i capillari “primitivi”: la terapia sclerosante o il laser. La prima prevede l’iniezione diretta all’interno del capillare di una soluzione chimica che ne aggredisce la parete, provocandne la chiusura (obliterazione). Tale metodica, generalmente considerata innocua e priva di effetti collaterali, è, in realtà, superata. Pur se con incidenza assai piccola, il liquido sclerosante può determinare una reazione allergica e talora crisi anafilattica. Inoltre, la sostanza utilizzata può causare la necrosi dei tessuti circostanti. Se non viene iniettata con abilità, può provocare la formazione di angiomi (detti iatrogeni) ben visibili. Assai rara, infine, ma con conseguenze catastrofiche, è l’ischemia venosa d’arto dovuta al passaggio del liquido sclerosante dal capillare alla venula, fino in profondità.
Molto più moderno, sicuro ed efficace, il trattamento con il laser. Gli apparecchi più indicati per questo inestetismo sono il KTP (532 nanometri) e lo YAG (1064 nanometri). Durante una seduta, vengono trattati tutti i capillari presenti sugli arti inferiori, di colore rosso, verde o blu. La tecnica permette una grande velocità d’azione: circa dieci millimetri di capillari ogni cinque-sette secondi. Il dolore è da quasi assente a moderato per quelli blu, mentre per i vasi più profondi e di maggiori dimensioni, può essere necessaria una crema anestetica da applicare 30/60 minuti prima del trattamento. Con il laser, i capillari non scompaiono tutti subito, ma tendono a sbiadire sempre più entro due mesi per poi sparire del tutto dopo una seconda seduta. Se sono molto numerosi (specie se superficiali e di piccole dimensioni), si richiedono altri due brevi interventi di rifinitura. Le controindicazioni sono poche e intuitive: gravidanza, tendenza a cicatrice cheloidea, utilizzo di farmaci fotosensibilizzanti e pelle abbronzata (per il rischio di indurre la scomparsa della melanina).
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Da quando prendo la pillola, la mia cellulite è visibilmente peggiorata. C’è davvero una correlazione tra le due cose? (Manuela M. – Milano)
Risponde Marcello Ruspi, Chirurgo Vascolare e Direttore Sanitario Poliambulatorio Sanpietro
La cellulite - o, più propriamente, PEFS, pannicolopatia edemato-fibro-sclerotica – può colpire qualunque donna dai 16 ai 60 anni: solo in Italia almeno 14 milioni, pari all'80 per cento della popolazione femminile
(dati Istat). Compare tra muscoli e pelle: all’inizio solo un’alterazione del microcircolo dei tessuti sottocutanei, che degenera rapidamente nella famigerata pelle “a buccia d’arancia”. Acqua e grasso in eccesso si infiltrano progressivamente nella zona sottocutanea, comprimendo i vasi sanguigni, con la conseguente insufficienza venosa e linfatica. Talvolta, subentrano alterazioni del tessuto connettivo, che racchiude le cellule adipose, e si formano noduli di diverse dimensioni. Diverse le cause che la provocano: familiarità, squilibri ormonali, fumo, cattivo funzionamento dell’intestino, stress...
Il ruolo degli estrogeni
Se appare chiaro che gli estrogeni hanno una diretta influenza sul decorso della malattia, non appare altrettanto scontato che un alto tasso di questi ormoni nel sangue comporti necessariamente la cellulite. Più corretto dire che nei soggetti “geneticamente predisposti”, l’uso della pillola (a scopo contraccettivo o curativo) può senz’altro favorire l’insorgenza di quest’ultima, che verosimilmente si instaurerebbe comunque. Così, per contrastare il fenomeno, non sempre basta cambiare pillola, ricorrendo a composti ormonali di ultima generazione, in grado di contrastare la ritenzione idrica tipica della cellulite. Ecco il da farsi.
No al “fai-da-te”, sì allo specialista
Da evitare, innanzitutto, le cure “fai da te” a base di diuretici: potenzialmente pericolosi (se assunti senza controllo medico) non incidono assolutamente sulla pannicolopatia. Meglio rivolgersi allo specialista vascolare e angiologo che, dopo aver sottoposto la paziente agli accertamenti del caso (come ecocolordoppler ed ecografia tissutale degli arti inferiori), proporrà – a seconda dei casi - cicli di mesoterapia, fisiokinesiterapia e/o massoterapia drenante abbinata ad endermologie, oltre all’uso di calze elastocontentive. Questi accorgimenti comportano un impegno economico e di tempo, ma i risultati sono in genere ragguardevoli.
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| Ho il viso molto segnato e vorrei ringiovanirlo. Mi hanno proposto filler e botox, ma non mi è ben chiara la differenza tra questi due trattamenti antirughe. (Cristina P. – Lecco)
Risponde Maria Gabriella Di Russo, medico estetico al Poliambulatorio Sanpietro di Milano
All’apprenza simili, perché entrambi iniettivi, i due trattamenti da lei citati sono, in realtà molto diffrenti tra loro. Il filler comporta il “riempimento” delle rughe dall’interno, iniettando nel derma una sostanza bio-compatibile (e dunque riassorbibile), come l’acido jaluronico, quindi ben tollerata e assorbita progressivamente dall’organismo. Sicuri, indolori, non richiedono test preliminari, i risultati si vedono subito e durano da qualche mese a un anno. Eventuali rossori e piccoli ematomi scompaiono nel giro di poche ore, al massimo un paio di giorni. Il filler può essere effettuato in qualunque zona di viso e décolleté: cambia solo la desnità dell’acido jaluronico, a seconda delle dimensioni e della profondità delle rughe. La tossina botulinica di tipo A, comunemente detta “botox” è, invece, una sostanza (già largamente usata in medicina per la cura di alcuni tipi di cefalee, per esempio), che favorisce la decontrazione e il rilassamento dei muscoli frontali, pellicciai e corrugatori, con la progressiva attenuazione della ruga, fino alla scomparsa della sua “memoria”. I risultati migliori si ottengono a livello della parte superiore del viso, sulle rughe orizzontali della fronte, su quelle verticali tra le sopracciglia e sulle “zampe di gallina” intorno agli occhi. Molto rari e comunque transitori gli effetti collaterali, se il trattamento è eseguito da uno specialista esperto, seguendo le necessarie precauzioni.
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